(con il contributo di Mario Savo)* – Nel panorama contemporaneo delle arti marziali miste d’élite, la distinzione tra la vittoria e la sconfitta nell’ottagono UFC si è progressivamente ridotta a margini infinitesimali. Se l’epoca pionieristica delle MMA premiava la pura specializzazione stilistica, l’era moderna esige una fusione perfetta tra efficienza biomeccanica, condizionamento metabolico su misura e flessibilità tattica. È in questo prisma analitico che si colloca l’imminente incontro del 12 Settembre che vedrà contrapposti il talentuoso peso piuma (11-0.0) Tommy “Gun” McMillen (28enne originario di Peora in Arizona/USA) e l’imbattuto (9-0-0) e temibile prospect australiano (24enne di Sydney) Marwan “Freak” Rahiki. Sarà uno dei match più attesi, dopo lo scontro Silva vs. Delgado (main event), di “Noche UFC”, in programma sabato 12 settembre alla Desert Diamond Arena In Glendale, Arizona. Proprio per questo McMillen, benimino locale, potrà sfrutta al massimo il “fattore casa”
Per comprendere appieno la traiettoria prestazionale di McMillen e valutare le sue reali chance di scalata nella divisione delle 145 libbre, è indispensabile sezionare con rigore scientifico il suo ultimo test sul campo: il successo ottenuto lo scorso 19 luglio contro Alberto Montes, culminato con una vittoria per KO tecnico a un 1 minuto e 30 secondi del terzo round. Un incontro che ha confermato la pericolosità offensiva e l’istinto da finisher del combattente, ma che al contempo ha rivelato precise finestre di vulnerabilità su cui lo staff d’allenamento ha dovuto necessariamente lavorare durante l’ultimo ciclo di preparazione.
Dall’analisi dettagliata di quell’incontro emergono tre direttrici fondamentali che definiranno la maturità atletica di McMillen: la gestione della tolleranza al lattato nelle fasi ad alto output metabolico, la stabilità posturale nelle transizioni di striking e l’efficienza neuro-motoria nelle fasi prolungate di lavoro a parete.
Analisi metabolica e gestione dell’output energetico
Durante il secondo round della sfida contro Montes, il ritmo impresso al match ha messo a dura prova la tenuta cardiovascolare e metabolica di McMillen. In particolare è stato possibile riscontrare un netto calo fisiologico. Dopo aver scaricato una combinazione esplosiva di tre colpi ad alta intensità nel tentativo di chiudere la distanza, McMillen ha mostrato un ritardo nell’azione di recupero e un marcato abbassamento della guardia protrattosi per circa un secondo e mezzo.
Dal punto di vista della fisiologia dello sforzo, questo micro-rallentamento è il classico sintomo di un’insufficiente capacità di lactate clearance, ovvero la velocità con cui l’organismo smaltisce i metaboliti acidi accumulati nei muscoli a seguito di uno sforzo prevalentemente anaerobico lattacido. Quando un atleta produce un picco di potenza esplosiva, i livelli di lattato ematico e intracellulare s’impennano temporaneamente, determinando un’acidificazione dell’ambiente cellulare che inibisce la corretta contrazione delle fibre muscolari e rallenta la trasmissione dell’impulso nervoso.
Negli sport da combattimento intermittenti come le MMA, l’esplosività non può essere disgiunta dalla capacità di recupero intra-round e persino intra-scambio. La letteratura scientifica recente ha ampiamente dimostrato come la clearance del lattato sia un fattore predittivo fondamentale per mantenere inalterata la prontezza dei tempi di reazione motoria sotto fatica accumulata. Quando il muscolo si acidifica, l’atleta non perde solo potenza pura, ma soffre di un vero e proprio decadimento della coordinazione fine e della percezione spaziale.
Nel caso di McMillen, il ritardo di un secondo e mezzo registrato contro Montes rappresenta una finestra d’attacco ghiottissima per un avversario cinico e preciso come Marwan Rahiki. Per colmare questa lacuna, il lavoro atletico svolto nel camp di preparazione deve essersi focalizzato su protocolli di allenamento ad intervalli ad altissima intensità (HIIT) specificamente strutturati per simulare le dinamiche di gara: brevi esplosioni ad output massimale seguite da fasi di lavoro attivo a bassa intensità, finalizzate ad abituare l’organismo a riciclare il lattato prodotto e a mantenere l’efficienza neuro-muscolare anche in condizioni di forte acidosi metabolica.
Biomeccanica dello striking: angoli d’uscita e protezione cervicale
Spostando l’attenzione sull’aspetto prettamente tecnico-tattico dello striking, il primo round della sfida con Montes ha evidenziato un limite strutturale nell’esecuzione dei colpi sulle medie e brevi distanze. McMillen è entrato nella guardia di Montes per portare a segno una combinazione diretta finalizzata al successivo clinch. Durante questa transizione, tuttavia, la sua postura ha mostrato un difetto biomeccanico evidente: il tronco è rimasto perfettamente verticale e la testa si è mantenuta sulla linea centrale d’attacco senza alcuna variazione d’angolo.
Questa impostazione rigida ha permesso a Montes di intercettare l’entrata di McMillen con un gancio sinistro d’incontro, che pur non infliggendo danni irreversibili, ha interrotto l’inerzia dell’attacco e dimostrato la pericolosità dell’innalzamento del baricentro.
Nel pugilato applicato alle MMA, la cosiddetta “head movement” (il movimento della testa fuori dalla linea di tiro) e l’inclinazione del busto non svolgono soltanto una funzione difensiva immediata per evitare i colpi d’incontro, ma sono cruciali per la stabilità e la prevenzione degli infortuni. Quando un atleta porta un colpo mantenendo la testa rigida sulla linea centrale, riduce drasticamente l’efficacia della catena cinetica che parte dagli arti inferiori, passa per il bacino e si scarica sulla spalla e sul pugno. Inoltre, in caso di impatto subito, l’assenza di rotazione e di flessione del tronco trasferisce gran parte dell’energia d’urto direttamente sulle vertebre del tratto cervicale.
I più recenti studi di biomeccanica applicata agli sport da combattimento sottolineano come il corretto allineamento della colonna e l’attivazione della muscolatura cervicale profonda, combinati con angoli di entrata off-axis (fuori asse), riducano significativamente le accelerazioni traslazionali sul capo subite durante un counter-punch.
In vista della sfida con Rahiki, che fa del tempismo nell’intercettare gli attacchi sconsiderati una delle sue armi migliori, McMillen deve necessariamente aver lavorato sul perfezionamento dei micro-aggiustamenti posturali. L’obiettivo tecnico non è soltanto evitare il pugno di rientro, ma sfruttare la rotazione del busto e lo spostamento laterale della testa per creare angoli d’attacco ciechi per l’avversario, garantendo contemporaneamente una base d’appoggio solida per assorbire eventuali impatti indesiderati e proteggere la struttura del collo.
Gestione dello stress isometrico e tattica a parete
Un altro aspetto di capitale importanza emerso nel match dello scorso luglio riguarda la gestione delle fasi di cage work, ovvero il lavoro di controllo e proiezione a ridosso della parete della gabbia. Prima della sequenza finale nel terzo round che ha portato allo stop per TKO, si è assistito a una fase prolungata e compassata quasi a parete in cui Montes ha cercato di spezzare il ritmo di McMillen.
Sebbene McMillen abbia mantenuto un eccellente controllo emotivo e una grande lucidità psicologica, non facendosi innervosire da un avversario già duramente segnato, dal punto di vista dell’analisi biomeccanica la sua gestione della posizione è risultata eccessivamente dispendiosa. McMillen è calato fortemente nel ritmo e nella struttura dei colpi, giocando un po’ “al gatto col topo”, con attacchi isolati o combinazioni scomposte a parete, perdendo struttura posturale e passo. Questo ha ritardato molto la chiusura dell’incontro, permettendo all’avversario di poter in parte rifiatare.
Verso il 12 settembre: il fattore Marwan Rahiki
Mettere insieme questi tasselli analitici permette di tracciare il quadro ideale della preparazione di Tommy McMillen per la sfida contro Marwan Rahiki. Rahiki è un atleta che fa dell’aggressività continua e del pressing costante le sue caratteristiche principali. Non è un combattente che concede pause o stasi tattiche; al contrario, cerca costantemente di forzare l’avversario a uno scambio ad alto output per testarne la tenuta mentale e fisica.
Se McMillen si presenterà nell’ottagono con le medesime incertezze mostrate contro Montes – ovvero il rallentamento nel recupero dopo i picchi esplosivi, l’entrata a testa dritta sulla mezza distanza e l’accettazione del calo del ritmo a parete – il rischio di subire l’iniziativa di Rahiki diventerà estremamente elevato.
Al contrario, se lo staff di McMillen sarà riuscito a convertire questi dati in correttivi metodologici durante l’ultimo ciclo d’allenamento, il match del 12 Settembre potrebbe segnare il definitivo salto di qualità per il giovane peso piuma. La capacità di combinare una preparazione atletica scientificamente orientata alla tolleranza dell’acidosi, una biomeccanica d’attacco fluida e sfuggente, e una gestione efficiente del lavoro a parete consentirà a McMillen di trasformare i suoi punti di debolezza in vere e proprie trappole tattiche per l’avversario.
La sfida di metà settembre non rappresenterà dunque soltanto un semplice evento nel calendario della UFC, ma si configurerà come un banco di prova fondamentale per verificare il livello di integrazione tra la scienza della performance sportiva e la dura realtà del combattimento a contatto pieno. Solo chi saprà analizzare i propri errori motori con l’occhio del biomeccanico e la freddezza del tattico potrà ambire a dominare le vette più alte delle arti marziali miste moderne.

*Mario Savo (nella foto sopra) – Sport Scientist nello sport d’elite, esperto di massimizzazione della performance, prevenzione e riabilitazione infortuni.
Con oltre 15 anni di esperienza internazionale nel calcio professionistico, ha lavorato con Manchester City, Lazio, Pisa e Al Faisaly, in Italia, Inghilterra e Arabia Saudita. E’ Presidente dell’AIAPC (Associazione Italiana Analisti di Performance Calcio) e docente di Analisi di Prestazione e Football Medicine in diversi istituti italiani ed esteri.
In seguito all’iniziale formazione in qualità di Preparatore Atletico sta concludendo un secondo percorso di laurea in Osteopatia, Massoterapia e Tecniche Manuali Complementari per la riabilitazione nello Sport.









