MMA – Oktagon #96 oltre la gabbia: Gogoladze alla prova Ayari.

(con il contributo di Mario Savo)* – Il combattimento si decide molto prima dell’impatto visivo, all’interno di un perimetro invisibile dominato dalla neurofisiologia, dalla risposta sinaptica e dall’architettura tissutale. L’atteso appuntamento di Oktagon #96, al SAP Garden di Monaco di Baviera (Germania), il prossimo sabato, è lo scontro nei pesi welter tra la furia esplosiva del 28enne georgiano Amiran “The Sniper” Gogoladze (18-3-0) e la struttura cinetica calibrata dell’ex veterano UFC il 34enne tuinisino-tedesco Jessin Ayari (19-6-0).

E’ l’occasione giusta per porci alcune domande: come risponde il sistema nervoso centrale di fronte a un’offensiva istantanea? In che modo la storia clinica e i carichi di lavoro accumulati negli anni plasmano la biomeccanica di un atleta longevo rispetto a un prospetto in ascesa?

Il Rate of Force Development e la violenza dei primi cento secondi

Amiran Gogoladze si è imposto all’attenzione internazionale grazie a una caratteristica che fa tremare qualsiasi piano di battaglia avversario: la capacità di produrre un volume di danno devastante nei primissimi minuti, se non secondi, di gara. Dal punto di vista della scienza della performance, questo fenomeno non si riduce a un generico “atletismo”, ma trova la sua definizione nel concetto di Rate of Force Development (RFD), ovvero la rapidità con cui il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare tensione meccanica nell’unità di tempo.

Quando un atleta mostra una simile attitudine a freddo, significa che il suo sistema nervoso centrale possiede un’efficienza di reclutamento straordinaria a carico delle fibre muscolari a contrazione rapida, le cosiddette fibre di Tipo IIx. Nei primi istanti di un match, quando i circuiti metabolici ossidativi non sono ancora a regime e il sistema energetico anaerobico alattacido (fosfageno) governa la scena, la latenza sinaptica deve essere ridotta al minimo. Gogoladze esprime un profilo in cui il tempo che intercorre tra l’afferenza visiva dello stimolo e la efferenza motoria — il pugno o il calcio esplosivo — è talmente compresso da cogliere di sorpresa i recettori posturali e i riflessi protettivi dell’avversario.

Tuttavia, dal punto di vista della prevenzione e della gestione del carico, l’esplosività estrema impone un pedaggio biomeccanico non indifferente. I picchi di forza istantanei generano forze di cisagliamento enormi sulle strutture capsulo-legamentose e sui tessuti connettivi passivi. Un sistema che accelera in modo così violento richiede una stabilità articolare dinamica impeccabile, specialmente a livello del complesso dell’anca e del rachide lombare, per evitare che l’energia cinetica si disperda o si traduca in microtraumi ripetuti a carico delle giunzioni miotendinee.

Il reel del performance scientist Mario Savo che analizza il main event di Oktagon MMA #96

L’economia del movimento e la resilienza strutturale del veterano

All’angolo opposto, la presenza di un atleta esperto e strutturato come Jessin Ayari sposta l’asse dell’analisi clinica e biomeccanica sul concetto di economia del movimento e gestione del tessuto biologico nel lungo periodo. Affrontare la carriera ad altissimi livelli, solcando le sacre stanze delle grandi promotion internazionali, significa sottoporre il corpo a cicli continui di supercompensazione, ma anche a quel logoramento tissutale che in osteopatia e massoterapia definiamo come alterazione della viscoelasticità della fascia e accumulo di rigidità tissutale (tissue creep).

Un veterano non combatte più solo con l’esplosività grezza dei vent’anni, ma sviluppa una raffinata intelligenza propriocettiva e posturale. La biomeccanica di Ayari riflette un adattamento strategico: minimizzare i movimenti superflui, ottimizzare i bracci di leva e utilizzare un posizionamento millimetrico del baricentro per assorbire o deviare i vettori di forza avversari senza sprecare prezioso glicogeno muscolare.

Dal punto di vista del terapista, il corpo di un veterano racconta una mappa di compensi strutturali. I tessuti hanno memoria: i vecchi infortuni, i microtraumi ripetuti a livello della spalla o del rachide cervicale impongono aggiustamenti posturali sottili. La grandezza di un fighter esperto risiede nella sua capacità di mantenere l’omeostasi cinetica anche quando il sistema nervoso centrale avverte i primi segni di affaticamento metabolico. Ayari non cerca lo scontro caotico; cerca di logorare l’avversario attraverso la densità del proprio posizionamento, costringendo il match a muoversi su coordinate in cui la gestione dell’energia e la lucidità tattica prevalgono sulla foga iniziale.

La collisione tra due modelli biologici

Il match di OKTAGON 96 si trasforma così in un vero e proprio scontro tra modelli biologici e paradigmi di performance. Da un lato abbiamo la “scintilla”, l’esplosività neuro-muscolare di Gogoladze progettata per mandare in sovraccarico immediato i sistemi di adattamento dell’avversario, imponendo una pressione altissima fin dal suono della prima campana. Dall’altro abbiamo la “struttura”, la resilienza cinetica e l’economia del movimento di Ayari, un sistema che fa dell’esperienza, del controllo delle distanze e della gestione del carico metabolico e tissutale le sue armi di sopravvivenza e dominio.

Chi si occupa di return to play, prevenzione e massimizzazione della prestazione sa bene che la vittoria, in gabbia, appartiene a chi riesce a imporre la propria legge metabolica e strutturale. Riuscirà il sistema nervoso di Gogoladze a rompere la diga nei primi minuti, bruciando le tappe prima che il match trovi una sua stabilità? Oppure l’architettura biomeccanica e l’intelligenza tissutale di Ayari sapranno assorbire l’urto iniziale, trascinando il georgiano in un territorio di fatica profonda e logoramento progressivo?

La risposta non si trova soltanto nel cuore degli atleti, ma nella precisione con cui i loro corpi risponderanno agli stress meccanici e biochimici della contesa. Come professionisti della salute e della performance, analisi di questo calibro ci ricordano che dietro ogni colpo spettacolare c’è una complessa e affascinante sinfonia di adattamenti biologici che merita di essere studiata, compresa e rispettata.

Mario Savo (nella foto sotto) – Sport Scientist nello sport d’elite, esperto di massimizzazione della performance, prevenzione e riabilitazione infortuni.

Con oltre 15 anni di esperienza internazionale nel calcio professionistico, ha lavorato con Manchester City, Lazio, Pisa e Al Faisaly, in Italia, Inghilterra e Arabia Saudita. E’ Presidente dell’AIAPC (Associazione Italiana Analisti di Performance Calcio) e docente di Analisi di Prestazione e Football Medicine in diversi istituti italiani ed esteri. Oltre al Calcio é esperto di massimizzazione della performance nel Football Americano e in contesti Tattico-Militari (atleti tattici: forze armate, forze speciali e first responders).

In seguito all’iniziale formazione in qualità di Preparatore Atletico sta concludendo un secondo percorso di laurea in Osteopatia, Massoterapia e Tecniche Manuali Complementari per la riabilitazione nello Sport. Da sempre appassionato di Arti Marziali, ha praticato Kung Fu Shaolin e al momento pratica Jujitsu tradizionale giapponese.

Lo sport scientist/analista sportivo Mario Savo
Marcel Vulpis

Marcel Vulpis

Romano, 57 anni, giornalista professionista, specializzato in temi di economia e politica dello sport. Ha fondato nel 2004 l’agenzia nazionale online “SportEconomy” (dedicata al mondo dello sport business a 360 gradi) dirigendola fino ad oggi. Ha ricoperto ruoli dirigenziali nel calcio e nel ciclismo. Docente universitario a contratto per le più importanti università italiane (con focus su comunicazione/uffici stampa e marketing). Opinionista televisivo, editorialista e scrittore. Nel 2017 ha scoperto casualmente gli sport da combattimento (Combat Sports) e da lì è nata una grande passione che ha portato alla nascita del progetto di sports-news “TheDailyCage.it”.

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