(da Dublino – l’inviato Marcel Vulpis) – Nella serata di Cage Warriors #200 (alla RDS arena di Dublino), in cui hanno vinto 12 atleti irlandesi (su 14 match disputati), spicca il successo, sull’irlandese Ger Harris, dell’azzurro Tanio “Scugnizzo” Pagliariccio. Una vittoria, quella del napoletano, conquistata con tenacia, pazienza (soprattutto a parete), difesa chirurgica, e un’attenta strategia in tutti e tre i round. Molto più forte dell’avversario in “intelligenza” tattica e nel footwork (mostrando una invidiabile tenuta atletica per tutti e tre i round, mentre l’irlandese nel finale è calato vistosamente). Il campano, dopo stasera, porta il suo “pro mma record” a 11 vittorie e 5 sconfitte, presentandosi come uno dei talenti emergenti della promotion irlandese.
Abbiamo incontrato Tanio Pagliariccio nell’area media della RDS Arena, al termine del match. Di seguito l’intervista con l’atleta di Secondigliano.

D: Il game plan che avevi previsto è stato rispettato stasera?
R: Abbiamo fatto tutto quello che era stato studiato a tavolino con lo staff tecnico. Forse, ripensandoci, ho fatto qualcosina in meno, ma solo sulla parte dei low kick. Avrei voluto tirarne qualcuno in più, ma, nel complesso, sono molto contento della preparazione fatta. E’ successo tutto quello che ci aspettavamo che potesse succedere. Intanto sono stato molto paziente a parete, difendendomi con intelligenza e senza farmi prendere dall’ansia. Ho saputo aspettare e quando il mio avversario ha sbagliato l’ho sempre punito. Poi era importante tornare a boxare, tenendo costantemente il centro del ring. Mentre andavamo avanti con il match, Lorenzo (Borgomeo, nda) mi ha chiesto di non calciare e di fare boxe con Harris. Lì ho capito che avevamo cambiato qualcosina nella strategia (studiata prima del match).
D. Ti ha stupito la strategia di attacco di Harris?
R: Quanto al mio avversario non è successo molto di più di quello che, poi, si è concretizzato nel corso della sfida. Sapevo che sarebbe stato sicuramente aggressivo. Per assurdo, mi aspettavo che fosse ancora più pressante a parete, e, invece, alla fine, sono sempre riuscito a difendere e a ribaltare le situazioni che andava a creare (ben 9 i bodylock nel corso della sfida, nda). Da lì ho sempre provato ad accorciare le distanze e ad essere chirurgico con la mia boxe. Appena mi pressava, e riuscivo a liberarmi, sapevo che dovevo poi tornare al centro del ring. Era importante imporre il mio striking e anche i miei coach dall’angolo mi gridavano dall’angolo di farlo in ogni momento. Non sempre riuscivo ad ascoltare ciò che mi dicevano perchè ero troppo concentrato durante le fasi del match.
D: Analizzando la sua strategia, questo continuo portarti a parete con i body-lock, alla fine, non si è rivelata una mossa sterile?
R: Sapevamo che si sarebbe mosso come un lottatore. E’ quello il suo dna, alla fine. Sì, forse, dopo i primi due round, dove ha cercato in tutti i modi il take down, mi sarei aspettato che provasse a fare qualcosa in più a livello di striking. Almeno nel terzo round, piuttosto che continuare in una sola direzione, dove, comunque, si imbatteva in un muro. Chiaramente il mio.

D: Sempre restando all’analisi della strategia di gara di Harris, questo continuare, in modo “seriale”, a cercare, inutilmente, di dominarti con la lotta, può averlo penalizzato, in termini di giudizio, nella costruzione mentale dei giudici?
R: Alla luce di quello che è stato il risultato finale, probabilmente sì, anche perchè, fortunatamente, di recente sono cambiate le regole delle mma. Per spiegare meglio a chi ci legge: se l’avversario ti porta semplicemente a parete e si limita a colpirti (con qualche piccolo calcio) il giudizio dei referee non è detto che sia positivo, anzi. Per questo ho bloccato tutte le sue iniziative, provando a ribaltare anche la situazione (quando possibile), ma, soprattutto, dovevo evitare di farmi portare a terra, perchè questa attività gli avrebbe regalato alla fine il round. Non potevo permetterglielo e così è stato!
D: Quando sei arrivato al momento della decisione finale, hai avuto, per un momento, il timore che Harris potesse beneficiare del “fattore casa” nell’analisi degli arbitri?
R: Assolutamente. Sì, al primo impatto ero molto dubbioso su ciò che potesse succedere, però, quando ho sentito che eravamo arrivati ad una split decision, ho pensato: Gesù è con me e così è stato!
D: Dove ti vedi nel futuro, anche alla luce di questo bel risultato in terra d’Irlanda?
R: Come tutti i fighter di mma sogno la UFC, ma bisogna guardare in faccia la realtà e credo sia necessario proseguire con altri match per potenziare il mio score record. Certo mi piacerebbe combattere a Roma (il prossimo appuntamento capitolino di CW sarà il prossimo 11 aprile al Pala Pellicone di Ostia, ndr). Certamente nel mio percorso di crescita è stato fondamentale l’incontro con il mio staff tecnico, con Lorenzo Borgomeo così come i due anni di esperienze fatte proprio a Dublino alla palestra dove è nato il mito di Conor McGregor la Straight Blast Gym (SBG), dove c’è il suo allenatore storico: John Kavanagh. Mi sono messo in gioco appunto lavorando sia in Irlanda e sia a Milano, una scelta obbligata perchè quando ho iniziato non c’erano palestre di livello sul territorio campano in grado di fare crescere un fighter con ambizioni da “pro”.
D: Quindi ti vedremo, in primavera, al Pala Pellicone?
R: Sono sincero l’11 aprile è troppo dietro l’angolo, non ce la farei, tecnicamente, a fare un nuovo taglio del peso. Il mio desiderio è combattere nuovamente nella Capitale. Ho perso due match nel passato, proprio a Roma, e adesso è arrivato il momento di vincerci. Me lo meriterei alla luce della mia crescita tecnica nelle mixed martial arts.










