Boxe – Liddard batte Morello e diventa il re dei pesi medi EBU (Gold). Cosa deve cambiare nella boxe “pro” italiana.

Finisce all’ottavo round (alla Cooper Box Arena di Londra) il sogno di Dario Morello di indossare la cintura “vacanteEBU Gold (pesi medi), andata, alla fine del match (chiusosi stasera anticipatamente per abbandono), al giovane George Liddard, imbattuto campione UK (15 successi su altrettanti match), che, nel 2027, spinto dalla promotion Matchroom Boxing, punterà sicuramente alla sfida mondiale (nel mezzo ci sarà, come dallo stesso anticipato, una difesa obbligatoria del titolo). Le qualità ci sono tutte e le abbiamo viste nella serata londinese. Per il 24enne originario dell’Essex è l’inizio di una carriera di sicuro successo nella boxe internazionale: non a caso, ad appena 23 anni, aveva già conquistato in carriera il titolo nazionale e quello del Commonwealth (il primo nella storia del pugilato britannico). 

Il campione inglese, dai capelli color oro (così come si è presentato in questa fight week contro l’azzurro), è stato più potente, fisico, efficace e veloce, sia nell’esecuzione, sia nella scelta del tempo. E’ un boxeur “predestinato”, che, se non farà errori nei prossimi mesi, rischia di celebrare il 2027 con la cintura iridata di categoria. Oltre a ciò ha dietro la famiglia Hearn (soprattutto Eddie, figlio dello storico patron), una delle più potenti nella boxe mondiale. 

Nei primi due round Morello (gestito dalla TAF di Edoardo Germani) non ha sfigurato, anzi. Ha attaccato a sorpresa l’inglese, soprattutto nel primo. Poi, però, dal terzo le valutazioni dei giudici sono state esclusivamente a favore del britannico. Quando Morello, al termine dell’ottavo, con un taglio all’arcata sopracciliare dell’occhio destro, si è seduto all’angolo è stato proprio il suo staff a invitarlo a desistere, perchè, continuando, rischiava danni più pesanti. La scelta del maestro è stata più che corretta, anche perchè il pugile calabrese, proprio nell’ultimo round, aveva subito un atterramento, non tanto per un colpo o per una “combo”, ma per l’accumulo di colpi subiti fino a quel momento (sia al corpo, sia al viso). Per onore della cronaca Morello aveva chiesto al maestro (il padre Ercole Morello) e al cugino Vincenzo Lizzi (al suo angolo – anch’egli pugile “pro”) di continuare, ma questo avrebbe procurato altri danni e quindi è stato giusto così (a tutela della salute dell’atleta).

Liddard, che anche durante la conferenza stampa e il face to face pre match, aveva mostrato una certa spavalderia ha anche dichiarato che avrebbe potuto finirla prima con l’italiano. E questa spavalderia (inutile) si è vista anche quando è andato a salutare l’angolo del rivale, invitandolo oggi, al suo tavolo, per la colazione. Quasi un contentino per l’avversario che gli aveva permesso di salire sul tetto d’Europa. Un approccio non proprio da gentleman.

Tornando all’analisi del match, a noi sembra che “GL“, come ama farsi chiamare dai suoi fan, abbia condotto il match nella direzione che aveva costruito a tavolino con il suo staff. Ma il successo del britannico non è stato solo una questione di strategia e tattica sopraffina (elementi, quest’ultimi, insieme all’esperienza, che venivano considerati punti di forza soprattutto dell’italiano), ma di potenza e fisicità.

Il pugile Dario Morello durante uno dei suoi ultimi match – foto Greta Moret

Ogni qualvolta che i pugili italiani salgono sul ring, post taglio del peso (soprattutto nella fase di recupero), ci si trova di fronte a fisici completamente diversi (naturalmente sempre a vantaggio della boxe britannica).

Ma l’aspetto tecnico che è importante sottolineare è la qualità dell’allenamento degli inglesi. Sui social di Liddard sono apparse immagini di sessioni di “training sotto sforzo” abitualmente utilizzate dai piloti di Formula Uno. E’ con la tecnologia applicata allo sport che, ormai, si fa la differenza nella boxe e, più in generale, nello sport. Non può bastare solo il talento o la tecnica insegnata da un bravo maestro (come nel caso di Morello). Questa possono averla anche gli avversari degli italiani. Nella boxe “pro” servono investimenti in questa direzione e finchè gli italiani non seguiranno quello che già stanno facendo i pugili “top” inglesi, americani o anche messicani (Canelo Alvarez, per la cronaca, utilizza proprio questa tecnica di allenamento) avremo dei buoni prospect/atleti da riunione nazionale, ma all’estero usciremo sconfitti. L’analisi degli ultimi tre match (all’estero), con italiani sul ring (Magnesi, Oliha e, appunto ieri, Morello), conferma buona parte di questa tesi. Combattono da leoni, ma, alla fine, scendono dal ring tutti sconfitti (per avendo lottato al meglio delle loro forze). In questo momento il pugilato britannico, a livello professionistico, è nettamente superiore a quello italiano. 

Un momento dell’intervista su canale 20 di Dario Morello (a sin.) con Edoardo Germani (promoter di TAF) al centro. credit image @IG TheArtofFighting (TAF)

Rischiamo di far esaltare le carriere dei nostri avversari avendo, come unico aspetto positivo, la borsa da riportare in patria. Leggerete sui social e/o sulle pagine dedicate alla boxe che i tre italiani, appena citati, hanno combattuto da leoni e con coraggio/cuore, andando anche oltre le loro potenzialità. Ma non è il coraggio che ti fa vincere sul ring. Quindi anche questo “racconto” degli italiani “coraggiosi come leoni” ha un pò stancato. Fa tenerezza, fa hype nella core-base di riferimento, ma chiude i pugili italiani nell’alibi del “…Ah se avessi combattuto in Italia…” o peggio ancora “…Sono stato sfortunato”. In questo modo non si cresce e soprattutto non si va avanti. 

Tornando a “Spartan” Morello, quasi sicuramente lo rivedremo a TAF, magari in un match contro il calciante-fiorentino Paolo Bologna (campione in carica EBU Silver) e magari (se dovesse vincere), dopo almeno una difesa di nuovo del titolo, potrebbe provare, di nuovo, la scalata ad una cintura di livello. Però, il bravo ed intelligente pugile calabrese, deve fare un upgrade e diventare più “pesante” nei colpi (cosa che ieri non abbiamo visto se non in pochissime e rare eccezioni). Ha una intelligenza unica (fuori e dentro il ring), è il più mediatico di tutti, ha una capacità unica di trasmettere emozioni (non a caso vanta più di 71,5 mila follower solo su Instagram, più del doppio dell’astro nascente Liddard), è un artista delle “schivate” (un Whittaker “italiano”), però lo vogliamo vedere colpire gli avversari con più potenza e precisione.

Ieri dopo il 2° round, dobbiamo essere onesti, ha subito costantemente Liddard, che ha tenuto sempre il centro del ring e lo ha praticamente braccato come un cacciatore (tenendolo spesso alle corde). Il pugilato non può essere solo attesa e tattica, bisogna, ad un certo punto, andare all’attacco, scambiare e colpire l’avversario con forza. Per farlo Dario Morello (che ha 26 vittorie e appena 2 sconfitte) deve potenziare, secondo noi, la sua struttura fisica utilizzando nuove tecniche di allenamento. Onore a lui, però, per il commento post match, perchè ha confermato, con estrema onestà intellettuale, il valore e la superiorità di Liddard. I numeri non mentono mai!

Numeri a confronti: Liddard una “war machine”

Il portale di CompuBox ha registrato 187 colpi su 426 azioni tentate nel caso di Liddard, 51 volte su 232 per Morello. Tradotto: in media il pugile italiano, negli otto round del suo match, ha centrato il britannico poco più di 6.37 volte. Di contro. l’inglese si è attestato su una media di 23,37. Per ogni colpo arrivato, “GL” rispondeva con ben cinque. Un confronto chiaramente impari. E l’impressione che abbiamo avuto è che Liddard, se avesse voluto, poteva essere ancora più devastante stasera. Anche l’atterramento di Morello, nell’ottavo round, ci è parso “figlio” di un accumulo incredibile di colpi che hanno purtroppo piegato le gambe al bravo pugile azzurro. Troppi e, soprattutto, di una intensità maggiore.

Morello, lo ribadiamo, deve lavorare maggiormente sulla potenza dei suoi colpi per essere più competitivo in un prossimo futuro. 

Dario “Spartan” Morello durante il match di TAF#11 – credits photo Beppe Merigo.

Sarebbe anche interessante vederlo in Italia giocarsi la carta del titolo continentale. Il fattore interno, come stasera a Londra (tutto a favore di Liddard), può, alla fine, generare un vantaggio per il beniamino locale. Ma per farlo servono sponsor “pesanti” in grado di, sostenere il sogno del pugile di origini calabrese e coprire, soprattutto, le richieste economiche collegate alla borsa. Mancano in Italia, brand appassionati di boxe, come nel recente passato. Due per tutti: Totip e Fernet-Branca. Hanno investito per anni sul pugilato tricolore, con riunioni di ottimo livello, e accanto a loro vi era sempre il supporto strategico della tv. Oggi già una differita dell’evento sembra un successo, ma così non è!

Ultima annotazione: nei giorni scorsi ho letto spesso che una delle ragioni per cui Morello poteva vincere era l’esperienza maturata nei precedenti 26 match rispetto a Liddard (appena 14 match da pro). Ma qualcuno ha, per caso, analizzato la qualità dei match di Liddard? Ad eccezione di due sfide, le restanti 12 sono state tutte prove di livello superiore. Quindi, forse, è meglio, nel futuro, costruire carriere con sfide più equilibrate, piuttosto che rincorrere score record pesanti (sotto il profilo numerico) per accreditarsi a livello nazionale e/o internazionale. Ma restano record che si sciolgono come neve al sole appena si va fuori.

Questa riflessione non è rivolta ai pugili italiani, ma soprattutto a chi li gestisce. Anche in questo caso bisogna cambiare radicalmente “metodo”. E vado anche oltre: non è solo nella boxe questo limite, lo vediamo per esempio in altri settori degli sport da combattimento.

La cartina di tornasole è, ormai, il successo all’estero, quando i nostri si confrontano con altre scuole di combattimento. Lì, se l’atleta italiano vince fa la differenza. Una carriera agonistica non può essere relegata esclusivamente alla conquista di una cintura in ambito nazionale (da mettere poi a casa neppure in palestra). Alleniamo, pertanto, gli atleti in modo diverso, gestiamoli in modo opposto rispetto a quanto vediamo nel presente, facciamoli crescere con tecniche di allenamento mutuate anche da altri sport, abbandoniamo la “favoletta della tecnica” (al di sopra di tutto), o almeno non trasformiamola nell’unico scudo da offrire in dote al proprio assistito, e trasformiamoli prima in atleti forti e, solo successivamente, in campioni da esportare all’estero. 

Marcel Vulpis

Marcel Vulpis

Romano, 57 anni, giornalista professionista, specializzato in temi di economia e politica dello sport. Ha fondato nel 2004 l’agenzia nazionale online “SportEconomy” (dedicata al mondo dello sport business a 360 gradi) dirigendola fino ad oggi. Ha ricoperto ruoli dirigenziali nel calcio e nel ciclismo. Docente universitario a contratto per le più importanti università italiane (con focus su comunicazione/uffici stampa e marketing). Opinionista televisivo, editorialista e scrittore. Nel 2017 ha scoperto casualmente gli sport da combattimento (Combat Sports) e da lì è nata una grande passione che ha portato alla nascita del progetto di sports-news “TheDailyCage.it”.

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